Museo Marino Marini

produced
Tony Lewis. Alms Comity and Plunder

a cura di Alberto Salvadori

Il Museo Marino Marini di Firenze inaugura sabato 12 marzo 2016 Alms Comity and Plunder, la prima personale in Europa in uno spazio istituzionale del giovane artista afroamericano Tony Lewis (Chicago, 1986), dedicata e realizzata appositamente per la cripta del museo. Lewis è uno degli artisti più rappresentativi della sua generazione e si colloca nella tradizione di artisti concettuali come Jenny Holzer, Lawrence Weiner e nella grande scuola degli artisti afroamericani come David Hammons Glenn Ligon e Charles Gaines le cui opere analizzano il linguaggio, le parole, gli oggetti e il loro effetto. Il suo lavoro è prevalentemente costruito in relazione alla scrittura e al suo valore semantico e lessicale. I caratteri usati sono quelli dei diversi linguaggi siano essi quello stenografico, quello dei fumetti, e un progetto on-going è tratto dal libro Life’s Little Instruction Book, vero e proprio vademecum moralizzatore figlio dell’ideologia classista della società americana contemporanea.

La presenza di Lewis a Firenze è da inserire anche in una storia importante per la nostra città e per l’arte tutta, quella che vide oramai alcuni decenni artisti e intellettuali formare uno dei gruppi determinanti per il linguaggio contemporaneo delle arti: i poeti visivi e il Gruppo 70. Le parole di Pignotti Il cammino dell’arte reca puntualmente e inevitabilmente grossi dispiacere ai conservatori possono essere prese a prestito per introdurre le opere di Lewis al Museo Marino Marini. Anche Luciano Ori ci aiuta a entrare meglio nel lavoro del giovane artista americano: la Poesia visiva non nasce dalla storia istituzionale dell’arte (o della letteratura se proprio lo si preferisce) ma dalla storia della comunicazione di massa.Allora questi artisti furono tra i primi a interessarsi alle “cose” del mondo, alle grandi questioni internazionali, senza rifugiarsi nella propria storia o tradizione, anzi superando a piè pari tali concetti: oggi giovani artisti come Lewis sono nelle cose del mondo.

In mostra sono presentati principalmente nuovi lavori o opere che vengono ripensate in dialogo con l’architettura della cripta. Per la prima volta l’artista ha deciso di lavorare anche con un materiale diverso dalla grafite, utilizzando per una delle opere dei pigmenti puri tipici della tradizione pittorica fiorentina. Questo ribadisce come le mostre del Museo Marini siano sempre progetti e produzioni pensate e realizzate per lo specifico spazio e contesto del luogo.

Questa mostra presenta una forma artistica esoletteraria che si attiva programmaticamente attraverso più codici. Dei Floor drawing, grandi disegni\sculture, occuperanno vaste aree della cripta; vere e proprie appropriazioni di quello che in tedesco potremo definire come Raum – luogo, stanza, spazio – oggetti che trasformano la rigidità geometrica delle superfici andando a mostrare un accumulo e una informe e incontrollabile spazialità, evocando come dice Lewis stesso le soft sculpture di Oldenburg e gli assemblagedi Chamberlain, lavorando per oggettivizzare e concettualizzare quello che l’artista definisce il most powerful object ossia il pavimento dello spazio dove si trova a lavorare.

Alle pareti di alcuni ambienti della cripta compaiono dei disegni; in essi la parola viene destrutturata e il valore semantico e segnico delle lettere assume una autonomia rispetto alla composizione. La parola scelta è legata ad un rimando, ad un’evocazione personale, ad una sensazione rispetto al luogo: lo spazio espositivo del Museo Marini un tempo la cripta di una chiesa – per mille anni luogo di sepoltura dei frati del convento di San Pancrazio – luogo di passaggio dalla vita terrena a quella celeste, oggi luogo di creazione e di resistenza, la stessa che nelle parole delle opere dell’artista si può sentire e che non può variare. Il rapporto non risolto tra superficie e spazio oltre il piano, posto tra la fisicità dell’immagine e il suo costituire confine e barriera, ha nella scrittura una presentazione mai risolta, rinnovando ogni volta nuove questioni che l’immagine pone.

Infine una scritta a parete, 7 ? Look people in the eye. realizzata con viti, elastici e pigmenti, evoca una sentenza delle centinaia che moralisticamente andavano a costruire la grammatica del comportamento per le famiglie della working class e piccola borghesia americana contenute nel libro Life’s Little Instruction Book. Un vademecum moralizzante, figlio di una visione classista della società dove usi e costumi sono classificati e classificabili come in una sorta di tassonomia in grado di restituire, attraverso codici comportamentali e linguistici, l’appartenenza alla classe o al gruppo di origine. Questo modello di educazione era in sostanza un formidabile strumento di controllo, un residuo di quella cultura vittoriana moralizzatrice e schematica che negli Stati Uniti, attraverso le radici anglosassoni delle classi dominanti, ha infuso per gran parte del ’900 una chiara idea di società e di collocamento all’interno di essa. Appropriandosi di queste frasi, e ricontestualizzandole, l’artista ne mette in evidenza tutti i limiti e le criticità anche in relazione alla sua storia personale.

La mostra è stata realizzata con il supporto di Regione Toscana, Oac-Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
Si ringrazia per la preziosa collaborazione la galleria Massimo De Carlo, Milano\Londra\Hong Kong.

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